La faccia dell'enigma

 

La linea poetica ed estetica di Diego Valentinuzzi e, mi si creda, non è solo apparenza è di una garbata surrealtà, portatrice di elementi visivi dotti quanto misteriosi.

Egli è il più surreale tra gli artisti italiani contemporanei di quella matrice legata al movimento del Surrealismo storico. Questo enigmatico apollineo della tavolozza opera con malinconia e civile ironia, scandagliando costantemente il proprio inconscio e visualizzando i propri archetipi in chiave prettamente oggettiva.

Del Surrealismo storico, Valentinuzzi ha conservato il concetto dell’arte come irrazionalità apparente. Emblematica, in questo caso, la composizione “Percorsi della memoria“. In effetti, tutta la sua produzione pittorica, suggestiva, rappresenta il riflesso inquieto, di un visionario estremamente lucido nel procedere per simboli ed allusioni.

La sua sperimentazione, risultato “a freddo” di un severo scandaglio del proprio inconscio, che da ombra si trasmuta in luce misterica si svolge all’interno di una relazione dialettica tra un Ego, intensamente vitale, che fa i conti con apparenze materiali, e la presenza essenza di immagini ideali in una godibile frantumazione visionaria.

Da anni Valentinuzzi opera in modo meticoloso, attraverso un pensiero che esalta pittoricamente l’oggetto figurale come “morte” e, nel contempo, come “rinascita” e cristallizzazione di una “memoria” presentata come rebus, in attesa di una eventuale soluzione. La sua imagerie è, a quanto pare incredibilmente abbondante e varia.

È un palcoscenico di meditazione, da cui vengono in luce visi di donna, presenza di immagini eleganti, classiche, bocche rosse, quasi di taglio plastico, e un numerologia non casuale di un Caos decorativo.

Desidero s ottolineare, ancora, come la sua fantasia sia incredibilmente fatta di suggestioni mentali, di soluzioni che, pare a volte, guardare a Dada. La surrealtà è, per il nostro artista, l’attività di un pensiero, dove si può indagare, fermo restando che l’area della sua visione si muove e proviene dall’inconscio.

Sono queste, di Diego Valentinuzzi, momenti conclusi, emblematici, che sorgono da un’esperienza “immaginifica” o del “vissuto”, oppure da entrambe le cose. Ciò che scopro di provocatorio in queste ricerche, da cui viene alla ribalta non la tragedia ma una serena commedia dell’inconscio, è una voluta anti-filosofia,una sorta di anti-sistematicità, in un curioso calcolato sistema logico, la cui chiave di lettura è solo di Diego Valentinuzzi.

Egli è affabulatore dell’introspezione, che non ammette alcuna distinzione tra la sfera del riconoscibile (o, meglio ancora, del decifrabile) e quella dell’atto creativo, come silenzio. La sua dinamicità nell’operare riesce a mantenere l’equilibrio tra la cripticità narrativa (un enigma forse non risolvibile), e l’intensificazione, a volte dotta, delle nostre facoltà psico-fisiche.

Diego Valentinuzzi nelle sue composizioni, dal pigmento steso con fare virtuoso, presenta un rigoroso ricamo segnino, supporto indispensabile a una narrazione fatta di sottintesi. Egli esalta la bellezza femminile come vaghezza espressiva e come eleganza naturale. I lavori più recenti sono un punto di arrivo e pongono in luce questa sua qualità di essere legato, oltre all’esperienza storica di Dada, a quella più recente ed ambigua della Pop-Art.

Valentinuzzi esclude, volutamente, la bellezza del vero, del reale, e la sostituisce con una rappresentazione che, senza retorica, pare annunciare un valore concettuale, oltre il momento meramente estetico. In più, egli è una sorta di artigiano, che considera l’immagine pittorica come valore tattile.

In ogni sperimentazione, egli non nasconde il desiderio di superare la soglia obbligata della qualità per “andare oltre” la pagina dipinta e, così, coinvolge l’osservatore innocente di questi suoi enigmi. Per meglio affrontare la sua sperimentazione, è il caso di ricordare la sottile distinzione che faceva Nietzsche tra la verità sempre dimostrabile e la vericità di una proposizione, che si verifica nel modo del suo enunciato. Valentinuzzi stesso, il più delle volte, non titola i suoi quadri, forse perché egli desidera che sia l’osservatore stesso a risolvere (in silenzio) l’Enigma annunciato tramite un incrociarsi di immagini dall’apparenza assurda.

Il fissare in ogni dipinto forme statiche di figure di donna significa, da parte dell’artista, imporre volutamente la durata della nostra osservazione: attraverso l’armonia del colore che fissa il corpo e il volto di una metafisica atemporalità. Noi abbiamo così la possibilità di spaziare con la fantasia e di cambiare, ogni volta, la nostra interpretazione.

L’universo delle immagini di Valentinuzzi è quello del sogno. Il racconto del sogno (lo diceva già Shakespeare) è menzogn ero, già per il fatto di essere un racconto fatto di parole. Diego Valentinuzzi è, quindi, un narratore di situazioni oniriche, dove la parola è sostituita dal colore-candore, che sulla tela si trasmuta in forme simbolo.

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a cura di Paolo Levi

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